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mostra fotografica - 24 novembre 2017 - Officine Fotografiche Milano

An Investigation of the laws observable in the composition, dissolution and restoration of land

Fabio Barile
a cura di Niccolò Fano

Il progetto prende ispirazione dal libro di James Hutton “Theory of the Earth, or, An Investigation into Laws observable in the Composition, Dissolution, and Restoration of Land upon the Globe”, lavori fotografici quali “Geological survey of the 40th parallel” di Timothy O’Sullivan, “Documenting science” di Bernice Abbott e dall’archivio di Gaetano Ponte.

Il lavoro consiste nell’analisi dei complessi e intricati elementi che caratterizzano il paesaggio in cui viviamo, attraverso evidenze geologiche, sperimentazioni con materiali fotografici e modelli analogici di fenomeni temporali. L’intento è quello di stabilire un dialogo con la storia profonda del nostro pianeta che, eroso, compresso e plasmato, nel corso di 4.5 miliardi di anni di storia e di trasformazioni, ha generato l’illusoria stabilità del paesaggio a cui siamo abituati oggi.

Barile crea un’ampia gamma di immagini che, condensate, rivelano un panorama tramite cui tentare una precisa lettura del paesaggio e della sua evoluzione. Questa ‘lettura trasversale’, porta a una presa di coscienza della complessità dei processi naturali che vanno ben oltre il tempo dell’esistenza umana.

Un omaggio alla genialità di studiosi che, attraverso la scienza, portano ordine a partire dal disordine, immaginando nuove connessioni fra elementi diversi e aprendo nuove prospettive nei vasti campi della conoscenza umana.

Fabio Barile (Barletta, 1980) ha studiato fotografia presso la Fondazione Studio Marangoni. Nel 2007 è selezionato fra i quindici finalisti del concorso “Atlante Italiano 007” e le sue immagini sono esposte al MAXXI di Roma. La sua prima personale, “Diary n°0 – Things that do not Happen”, è inclusa nel circuito del Festival Internazionale di Roma del 2009. Nello stesso anno, il progetto “Among” è incluso nella collettiva “Tempi Osceni” e “Moments de la photographie contemporaine italienne II” al Centre d’Art Dominique Lang e al Foto Festival di Atene. Dal 2010 entra a far parte di “Documentary Platform, A Visual Archive”. Nel 2012 il dummy “Soli Finti” è selezionato per il Dummy Award del Photobook Festival ed esposto a Le Bal, Parigi. Nel 2015, il suo lavoro Homage to James Hutton fa parte della collettiva del Festival internazionale di Fotografia di Roma. Il suo lavoro si concentra sullo studio del paesaggio, analizzandolo nel suo evolversi e studiando le interazioni complesse che avvengono al suo interno.

 

Info mostra

 Via Friuli, 60 20135 – Milano

Orari di visita

dal 25 novembre al 21 dicembre 2017

lunedì – venerdì ore 14.00/20.00

Ingresso gratuito

Danakil
mostra fotografica - Giovedì 19 ottobre 2017 - Officine Fotografiche Milano

Danakil: Land of Salt and Fire

Andrea Frazzetta

“Se vai in Dancalia cercando avventure, non riuscirai ad andare oltre la tua superficialità. Che ti apparirà insopportabile. Il sole bianco e rovente, l’indifferenza degli Afar, la monotonia di un deserto privo di colori ti faranno sentire nudo e impotente. E il tuo equilibrio, fisico e mentale, rischierà di andare in pezzi. Devi difenderti in Dancalia. Devi mostrare, soprattutto a te stesso, di avere un’anima di poeta. Si va in Dancalia per cambiare punto di vista.”

Dal libro “Dancalia”, di Andrea Semplici, edito da Terre di Mezzo.

Infinite distese di sale, laghi dai colori psichedelici e vulcani attivi: questa terra in continua evoluzione è allo stesso tempo paradiso e inferno. È un luogo ancestrale, dove è ancora possibile osservare i fenomeni che hanno dato origine al mondo.

Situata nella parte settentrionale del triangolo di Afar, zona che deve il nome alle popolazioni nomadi che vi abitano, la vasta depressione della Dancalia è l’anello di congiunzione di tre placche tettoniche in costante espansione tra Etiopia, Eritrea e Gibuti.

Questa terra fatta di fuoco, sale e lava nei pressi della rift Valley – la lunga faglia che taglia in due il continente – è un oceano fantasma.

Quando 20mila anni fa le sue acque si sono ritirate e il mare è evaporato si sono create le particolari condizioni che han generato  la Dancalia, una distesa di rocce evaporitiche che dà origine alla grande piana del sale, un deserto circa 600 chilometri. Si tratta di uno dei luoghi più vulnerabili al mondo: il fuoco è proprio sotto i nostri piedi, a cinque chilometri, e la crosta terrestre viene sottoposta a sollecitazioni di ogni tipo. È una parte del pianeta dove puoi percepire il cuore pulsante della Terra.

Le capanne Afar costruite con fango e ramoscelli appaiono sulla vasta pianura come un miraggio. Questo popolo nomade dedito principalmente all’estrazione di minerali, vive su una delle terre più inospitali del pianeta. Il luogo abitato più caldo che ci sia, con pochissima vegetazione e temperature che possono raggiungere i 48 gradi. Gli Afar sembrano emersi dal nulla. Hanno mantenuto una forte identità senza avere testimonianze del loro passato. La loro economia era e resta precaria. Sono nomadi che devono affrontare l’ostilità del clima e del territorio. Si sono adattati a sopravvivere in una terra dura e impossibile e nel tempo si sono guadagnati la fama di un popolo di guerrieri.

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Originariamente prodotto su commissione per The New York Times Magazine, Danakil è stato il servizio di copertina del Voyages Issue 2016. Nel 2017 è diventato un documentario in realtà virtuale, diretto da Andrea Frazzetta e prodotto da New York Times, ora disponibile sulla app NYTVR.

 

Andrea Frazzetta (1977, Lecce, Italia) è cresciuto a Milano, dove ha studiato arte e architettura.

Una settimana dopo la laurea segue una piccola ONG nella foresta amazzonica e realizza il suo primo servizio fotografico. Da allora si dedica completamente alla fotografia e la usa come mezzo esplorativo e narrativo. Inizia a viaggiare e produrre diversi reportage in Africa, Sud america e nell’area del Mediterraneo.

Realizza progetti personali e su commissione in più di 50 Paesi. Il suo lavoro è pubblicato da testate come Newsweek, New York Magazine, The Times, Bloomberg Businessweek, The Guardian, Der Spiegel, GEO, L’Espresso, D Repubblica, National Geographic, Vanity Fair.

Ha partecipato a numerose mostre collettive e personali e il suo lavoro ha ottenuto diversi riconoscimenti tra cui il Canon Prize per Giovani fotografi, il Yann Geffroy Award, il PDN photo annual, l’American Photography Prize, e il PX3 – Prix De La Photographie Paris.

E’ contributor di The New York Times Magazine e National Geographic Travel, ed è rappresentato da Institute for Artist Management.

Info mostra

Via Friuli, 60 20135 – Milano

Orari di visita

dal 20 ottobre al 17 novembre 2017

lunedì – venerdì ore 14.00/20.00

Ingresso gratuito

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mostra fotografica - Giovedì 21 settembre 2017 - Officine Fotografiche Milano

No Fashion Places of America

Yuri Catania
in collaborazione con Photo Op

Yuri Catania, classe ’75, artista, fotografo, film-maker, autodidatta, con alle spalle un percorso nella moda tra comunicazione e ricerca, divide il suo tempo tra l’Italia, la Svizzera e gli Stati Uniti.

Il viaggio è una costante fondamentale che alimenta in maniera diversa ogni sua produzione e, in particolare, il progetto No Fashion Places, lo spazio che l’artista si è creato per portare avanti la sua ricerca personale, in parallelo all’attività di fotografo di moda.

No Fashion Places è un grande contenitore che raccoglie gli scatti realizzati in giro per il mondo, lo spazio virtuale dove la vita reale prende il sopravvento in ogni inquadratura, dove sono superati esigenze e canoni della fashion photography, a vantaggio di un approccio istintivo, spesso pervaso da atmosfere malinconiche.

In occasione della mostra a Officine Fotografiche Milano, Catania propone un percorso visivo attraverso gli Stati Uniti d’America.

A introdurre questo lungo viaggio, due installazioni interattive: le American Flag riproducono la bandiera americana in un formato aumentato proporzionalmente. Le strisce dello stendardo sono utilizzate come binari per ospitare 90 fotografie di formato quadrato di 14×14 centimetri. Le strutture si configurano come album fotografici giganti e riuniscono immagini realizzate nel corso di 10 anni, il cui ordine può essere liberamente rimescolato da ogni fruitore per creare un’opera viva. Anthology 1 è una collezione di simboli dello stile e della cultura statunitense, mentre il tema comune di Black Neon sono le insegne, le scritte luminose e il bombardamento di messaggi che tanto spazio occupano nell’immaginario e nel paesaggio americano. A completare la panoramica, una decina di foto singole, alcune realizzate durante l’ultimo viaggio di Catania negli Stati Uniti lo scorso agosto. Una selezione di bianco e nero, dove la figura umana è presente solo raramente e non prende mai il sopravvento sulla composizione e una di immagini a colori con le atmosfere rarefatte della provincia americana che l’autore ha imparato conoscere e apprezzare nel corso dei suoi viaggi. Gli Stati Uniti sono un’enorme luna park, afferma Catania. Ai particolari di luoghi tranquilli e sperduti, si contrappongono gli emblemi delle grandi città come New York e Los Angeles, in cui dettagli a tratti surreali spiccano grazie a tinte sature e squillanti.  Ogni fotografia racchiude un aneddoto, l’intento del fotografo è mettere in immagine la sua visione del vivere: ricettiva, passiva, adattabile al mondo, agli avvenimenti, al flusso continuo dei paesaggi, degli scorci urbani e le loro rapide trasformazioni.   A mantenere l’equilibrio in questo costante roller coaster di suggestioni, il taglio pulito e essenziale che Yuri Catania sa trovare in ogni immagine.

gama sadarwa
mostra fotografica collettiva - giovedì 29 giugno 2017 - Officine Fotografiche Milano

Gama Sadarwa

a cura di Ilaria Crosta
in collaborazione con:
cooperativa Versoprobo, associazione culturale Lieudit Cinquante-sept, Pietro Masturzo

Giovedì 29 giugno a Officine Fotografiche Milano inauguriamo ‘Gama Sadarwa’, una mostra fotografica collettiva che racchiude gli scatti dei ragazzi dell’ omonimo collettivo.

I giovani sono tutti richiedenti asilo provenienti da diversi Paesi africani che hanno deciso di utilizzare la fotografia e il video per conoscere i luoghi, la cultura e gli abitanti dei piccoli comuni piemontesi che li ospitano. L’iniziativa è nata nell’ambito del progetto “My Name Is”, un corso di fotografia rivolto ai ragazzi ospitati nei centri di accoglienza gestiti dalla cooperativa Versoprobo nelle province di Novara e Vercelli.

L’iniziativa è stata ideata e organizzata dall’associazione culturale Lieudit Cinquante-sept in collaborazione con il fotografo Pietro Masturzo, con lo sponsor tecnico di Canon Italia.

“Un viaggio di mille miglia inizia con un passo” aveva detto Christopher affondando la forchetta nel piatto di pasta al pesto che Luciana ci aveva preparato per la pausa pranzo, e che lui aveva modificato, come fa sempre, per soddisfare il suo palato nigeriano. Si discuteva su come presentare questa mostra ai visitatori, ma io credevo che lui avesse citato il famoso aforisma cinese riferendosi al momento in cui aveva deciso di partire per il lungo viaggio che lo ha portato in Italia attraversando il deserto prima, poi il mare. Invece no, Christopher non vuole parlare di quel viaggio, me lo aveva già detto quando ci siamo incontrati nel centro d’accoglienza di Orta per iniziare il nostro progetto di fotografia. E me lo avevano detto Mandjou e pure Djibo, perché quel viaggio lì ce l’hanno ancora addosso e non se la sentono di ricordare quell’incubo per soddisfare la mia curiosità. Vogliono partecipare a questo progetto di fotografia per raccontare la loro vita adesso, qui, nel Paese d’approdo. Vogliono presentarsi a noi, conoscerci, raccontare il nostro incontro e usare una macchina fotografica per farlo. “Questa mostra è il primo passo – dice Christopher – è così che inizia il viaggio del nostro collettivo”. Sanno tutti benissimo che i compagni di viaggio cambieranno strada facendo, qualcuno vedrà respinta la sua richiesta d’asilo, qualcun altro sarà spostato in altri centri d’accoglienza, oppure ci sarà chi deciderà di andar via. Una cosa è certa, non ci stanno a rimanere in questo limbo con le mani in mano mentre aspettano che il giudice emetta il suo verdetto.

Pietro Masturzo

Info mostra

Officine Fotografiche Milano

Via Friuli, 60 20135 – Milano Tel.

+39 0254050043

ofm@officinefotografiche.org

Orari di visita

dal 30 giugno al 20 luglio 2017

lunedì – venerdì ore 14.00/20.00

Ingresso gratuito

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mostra fotografica - giovedì 8 giugno 2017 -- ore 18 e 30 - Officine Fotografiche Milano

La notte immensa

fotografie di Alisa Resnik
a cura di Laura Serani

Giovedì 8 giugno, all’interno della Milano Photo Week, Officine Fotografiche Milano inaugura ‘La notte immensa’ mostra fotografica di Alisa Resnik a cura di Laura Serani. La fotografa e la curatrice condurranno i visitatori a una visita guidata della mostra a partire dalle 18 e 30.

ICI LA NUIT EST IMMENSE proclama, a grandi lettere rosse, una delle 42 heures du loup dipinte da Sardis. Intrigante affermazione, che suona come una promessa o una minaccia e che mi richiama le immagini di Alisa Resnik, vacillanti tra sogno e incubo. Immagini che appartengono ad un enigmatico racconto di un’unica interminabile notte, una notte che non conosce la luce dell’alba, si dilata su città deserte, da Berlino a San Pietroburgo, scivola dentro le case, nei bar dove la solitudine cerca riparo e occupa tutto lo spazio. Alisa Resnik fotografa la vita e il suo riflesso, la fragilità, la grazia, la malinconia, la solitudine. Di un universo che respira inquietudini e angosce, restituisce un’immagine da cui trapela soprattutto la sua empatia profonda per le persone e i luoghi.

I personaggi che s’incontrano nel suo viaggio notturno, appaiono ora persi, ora «abitati»; visitatori inattesi, maestri di strane cerimonie, domatori di chissà quali demoni, sembrano nascondere misteri e giocare ruoli a noi ignoti. Nelle immagini di Alisa Resnik lo spettacolo si improvvisa, senza copione, la realtà appare trasformata da una sorta di occhio magico. Come dei fondali di teatro , i corridoi deserti, le fabbriche in disuso, le case all’apparenza disabitata dove luci fioche forse dimenticate interrompono il buio, gli alberi tristemente scintillanti sotto la neve o sotto le ghirlande, ritmano la galleria dei ritratti e la marcia dei sonnambuli.

Le sue immagini, come visioni, non raccontano, trasmettono sensazioni. E ispirano un forte sentimento di nostalgia che avvolge non solo le immagini più direttamente legate al mondo dell’infanzia pervase da un’atmosfera fiabesca o dalla magia di un vecchio circo. Una nostalgia mista a melanconia, come una nebbia leggera, trasforma ovunque in realtà poetiche le persone, i paesaggi, le cose e persino gli animali più provati. Nel mondo di Alisa Resnik, costruito nel corso del tempo, risuona l’eco dei suoi viaggi, degli incontri e della sua vita tra l’Est e l’Ovest, tra il prima e il dopo la caduta del muro di Berlino, che ha vissuto da adolescente.

La scoperta della pittura classica in Italia, l’esperienza dei primi workshop e della Reflexions masterclass, saranno le basi dell’elaborazione spontanea di un linguaggio originale e giusto, espressione d’ incertezze e tormenti profondi. Lo spettro cromatico d’Alisa Resnik è fatto dei colori dell’oscurità, di rossi e verdi profondi che assorbono le rare luci e ricordano i toni tragici della pittura caravakggesca. La sua scrittura fotografica magnetica, traduce un approccio spesso fusionale e un effetto specchio con le persone ritratte. L’insieme assomiglia ad un ritratto di famiglia, di un clan un po’ maledetto forse…, ma dove i legami esistono e resistono contro il buio, la solitudine, il freddo e le paure di andare più lontano.

 

 

Alisa Resnik nata a St Petersburg nel 1976, adolescente parte con i genitori per Berlino, nel 1990, in seguito alla dissoluzione dell’Unione sovietica. Dopo gli studi di storia dell’arte e di filosofia a Berlino e a Bologna, nel 2008 Alisa si avvicina alla fotografia, viaggia attraverso l’ Europa, torna in Russia e in Ucraina. Nel frattempo, segue nel 2009 un workshop in Toscane (TPW) con Antoine D’Agata, nel 2010 un atelier (Ostkreuzschule für Fotografie Berlin) con Anders Petersen e, dal 2010 al 2012, la Reflections Masterclass di Giorgia Fiorio. Dal 2009 le sue immagini sono state presentate in numerose mostre e proiezioni in Italia, Francia, Spagna, Svizzera, Austria, Russia, Olanda, Portogallo, Grecia, Malesia e India. Vincitrice dell’ European Publishers Award, con One another, pubblicato in Italia da Peliti Associati nel 2013 sotto il titolo «L’un L’autro», Alisa Resnik ha vinto nel 2009 il Winephoto in Italia e il Descubrimientos PHE, organizzato da PhotoEspaña a Madrid ed é stata finalista del Leica Oskar Barnack Award nel 2014. Alisa Resnik vive a Berlino ; in Italia é rappresentata dall’agenzia fotografica Prospekt.

Critico e curatore, Laura Serani collabora regolarmente con Alisa Resnik. Dal 2006 ad oggi ha ricoperto vari incarichi tra i quali la direzione artistica del Mois de la Photo à Paris, dei Rencontres de Bamako, la biennale africana della fotografia in Mali, il Si fest in Italia ed ha collaborato a lungo con Fotografia Europea – Reggio Emilia. Dal 1985 al 2006, Laura Serani ha costituito e diretto la Collezione Fnac e la rete delle Gallerie fotografiche della Fnac in Europe, in Brasile e a Taiwan. Autore di numerose pubblicazioni tra le quali La Fotografia Tra Storia e Poesia (Mazzotta); Sarah Moon, Inverno (Silvana Editoriale); Malick Sidibé Photo Poche (Actes Sud) e La vie en rose (Silvana Editoriale); Borders e For a sustainable world, Rencontres de Bamako (Actes Sud); Nous avons fait un trés beau voyage con Jacques Borgetto, Françoise Nuñez, Bernard Plossu, Sophie Zénon (Filigranes Éditions) ; Nicola Lo Calzo, Inside Niger (Kehrer Verlag) ; François Halard, Casa Ghirri (Kehrer Verlag); Ultimo Domicilio di Lorenzo Castore, Promises to keep, di Max Pam e The Polarities di Larry Fink (Collezione L’Artiere). Presidente del Prix Résidence pour la Photographie della Fondation Les Treilles in Francia e curatore di Invisible White Celeste Prize 2017; nominatore per: Prix Pictet, BJP, PopCap e Mack First Book Award, partecipa regolarmente a diverse giurie: Prix Niépce, World Press, New York Photo Awards, Vipa/Wien, MedPhoto/Creta, Fotograficasa .L.S. vive a Parigi.

Info mostra
Officine Fotografiche Milano

Via Friuli, 60

20135 – Milano

Tel. +39 0254050043
ofm@officinefotografiche.org

orari di visita
dall’8 giugno al 26 giugno 2017
lunedì – venerdì ore 14.00/20.00
Ingresso gratuito

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Mostra fotografica - Giovedì 27 aprile - ore 19 - Officine Fotografiche Milano

MY DAKOTA

Rebecca Norris Webb
a cura di RVM Hub

Giovedì 27 aprile dalle 19 inauguriamo a Officine Fotografiche Milano la mostra My Dakota della fotografa americana della Rebecca Norris Webb.

Il South Dakota, terra natale di Rebecca Norris Webb, è uno degli stati di frontiera delle Grandi Pianure americane. Un luogo scarsamente popolato, dove è più facile incontrare animali che persone. Dominati dai vasti spazi e dal silenzio, gli aspri e bellissimi paesaggi del South Dakota sono a volte preda di un vento brutale e di condizioni climatiche estreme.

Mentre fotografava per il suo progetto, Rebecca è stata travolta dalla notizia della morte improvvisa di suo fratello. «Per mesi una delle poche cose che hanno alleviato il mio cuore instabile era il paesaggio del South Dakota… ho cominciato a chiedermi: può la perdita avere una propria geografia?»

My Dakota, che intreccia testi e fotografie liriche, è un lavoro intimo sul West e un’elegia per un fratello perduto. Da questo lavoro, oltre la mostra è stato realizzato un volume, edito in Italia da Postcart Edizioni, selezionato tra i migliori libri del 2012 da photo-eye e pluri recensito dalla critica sui più importanti magazine e blog internazionali, quali il Time, Lens Blogs del The New York Times e The New Yorker.

Rebecca Norris Webb (nata a Rushville, Indiana, 1956) ha pubblicato cinque libri di fotogra a – tra cui The Glass Between Us, Alex Webb and Rebecca Norris Webb on Street Photography and the Poetic Image, e Violet Isle: A Duet of Photographs from Cuba (con Alex Webb). Rebecca Norris Webb nasce come poetessa; intreccia spesso prosa e fotogra e nei suoi cinque libri, soprattutto in My Dakota, un’elegia per suo fratello morto improvvisamente oggetto della mostra personale. Le sue fotografie sono apparse su New Yorker, Guardian, Le Monde, tra gli altri; inoltre, i suoi lavori figurano tra le collezioni del Museum of Fine Arts di Boston, il Cleveland Museum of Art e il George Eastman Museum di Rochester, NY. Il suo sesto libro, Slant Rhymes (a cui ha collaborato Alex), edito da La Fabrica, è uscito a marzo in Spagna.

RVM Hub è una nuova realtà che opera nel mondo dell’editoria fotogra ca, della fotogra a e della comunicazione. Tra le varie attività di cui si
occupa, oltre alla curatela di mostre e progetti fotogra ci, spesso legati all’organizzazione di workshop tenuti da fotogra , photo editor e consultant, giornalisti e vari professionisti del settore di fama internazionale, RVM Hub ha focalizzato il suo lavoro sul rilancio di RVM Magazine, un quadrimestrale indipendente dedicato alla fotogra a narrativa e al racconto per immagini – già attivo tra il 2007 e il 2014 – che da metà 2017 tornerà ad essere pubblicato con un nuovo layout, nuove collaborazioni e rubriche.

Info mostra

Officine Fotografiche Milano

Via Friuli, 60
20135 – Milano
Tel. +39 0254050043
ofm@officinefotografiche.org

orari di visita
dal 27 aprile al 26 maggio 2017
lunedì – venerdì ore 14.00/20.00
Ingresso gratuito

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Mostra fotografica - Giovedì 9 marzo 2017 - Officine Fotografiche Milano

Imperium et Permixtio

Davide Monteleone

Si ha spesso qualche difficoltà con il termine incompiuto. Perché rimanda a un’idea di non finito, provvisorio, non ordinato. Sospeso, in uno spazio tempo che impedisce, all’oggetto incompiuto, di assumere una forma definitiva. Di avere i colori al proprio posto, le piume di pavone in ordine per potersi mostrare nel suo splendore. È una storia a cui manca il finale, una statua che non è completamente riuscita a venire fuori dal suo blocco di marmo. Eppure.

Sono 15 anni che Davide lavora in Russia, e racconta di Russia. E’ approdato nel paese con delle “risposte”, che il tempo ha trasformato in domande. Il tempo trascorso nei quattro angoli di questo posto ha solo dimostrato l’impossibilità di darle una forma definita. E definitiva. Colpa della sua storia confusa tanto quanto taciuta, di una geografia troppo estesa, della moltitudine di popoli e culture che la abitano, delle dinamiche sociali complesse, dei cambiamenti che si susseguono incessantemente. C’era una volta l’Unione Sovietica, che la cronaca storiografica racconta essersi estinta con un colpo di spugna immediato. Ma sono davvero così repentini, i cambiamenti? Davide si è spinto, e tutt’ora si spinge, ai confini dell’”Impero” per cercare una memoria storica, le tracce della colonizzazione interna, per raccontare una storia fatta di persone, conquiste, soggioghi, potere, ideologia. Ha indagato, sperimentato linguaggi, studiato. Ha cercato nel passato le ragioni del presente, per poterle poi fissare e spiegare, anche al futuro.

Ma la Russia si è rivelata multiforme, sfaccettata, destrutturata, perfino. Non può entrare su un tornio solo. Non può esistere, in un paese del genere, un unico filone narrativo. Non si può sintetizzare in un racconto singolo, per quanto interminabile. L’impero romano non si limitava a Roma, e quello che avveniva al di fuori delle strette direttrici dell’Imperium centrale era un’altra storia. Non c’erano eroi grandi e mitici, ma forse ce n’erano di più grandi cui la storia non ha tributato l’onore della ribalta. E che hanno vissuto Roma come un concetto distante, altro.

E, come per Roma, anche in questo caso la magnificenza del passato, la gloria del presente, la vastità delle dimensioni altro non sono che il riflesso evidente di qualcosa più complesso, sfuggente, nascosto. Ai limiti dell’inafferrabile. Non esiste un solo blocco di marmo, non esiste una sola Russia. E non tutti i pezzi del rompicapo combaciano.

Questa mostra non è il risultato di un progetto giunto alla sua conclusione, ma un punto su un percorso tutt’ora da esperire. E’ una sineddoche. E’ un’ammissione pubblica della difficoltà a raccogliere i fili del discorso nonostante i 15 anni di esperienza. Un corto circuito delle certezze. I dubbi sulla effettiva possibilità di rappresentazione del paese contrapposti alle sicurezze e ai giudizi netti che vengono forniti dai media, tagliati con l’accetta. Eppure. I dubbi sono più simili al paese stesso così come appare a occhi indagatori e attenti, al suo Permixtio, e forse al difficile equilibrio tra individuo e potere.

Una raccolta di appunti, idee e riflessioni ancora approssimativa. O, forse, definitiva. Proprio perché incompiuta.

Davide Monteleone (1974) è un artista e un fotogiornalista che lavora a progetti indipendenti di lungo termine utilizzando fotografia, video e testo. Si dedica allo studio di tematiche sociali, esplorando principalmente la relazione tra potere e individui. Noto per il suo interesse specifico e per gli approfondimenti sui paesi post-sovietici, ha pubblicato quattro libri su questa tematica: Dusha, Anima russa (2007), La Linea Inesistente (2009), Red Cardo (2012) e Spasibo (2013). I suoi progetti lo hanno portato a ricevere numerosi riconoscimenti tra cui diversi World Press Photo, e importanti grant tra cui Aftermath Grant, European Publishers Award ed il premio Carmignac Photojournalism Award. Collabora e pubblica regolarmente su testate nazionali ed internazionali, ed i suoi progetti sono stati esposti come installazioni, mostre e proiezioni in festival e gallerie in tutto il mondo, tra cui il Nobel Peace Center di Oslo, Saatchi Gallery di Londra, MEP di Parigi e Palazzo delle Esposizioni di Roma.

http://www.davidemonteleone.com

Info mostra

Inaugurazione
Giovedì 9 marzo 2016 – ore 19
Officine Fotografiche Milano
via Friuli 58/60

Orari di visita
dal 10 marzo al 09 aprile 2017
lunedì – venerdì ore 14.00 – 20.00
sabato e domenica chiuso
ingresso gratuito