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Mostra fotografica - venerdì 22 marzo - ore 19 - Officine Fotografiche Milano

SPAZI RITRATTI + MEDIO CORSO

Masterclass e volumi fotografici a cura di Luca Campigotto e Davide Monteleone
In collaborazione con ZTC

A partire dal 22 marzo, Officine fotografiche ospita la mostra collettiva ‘Spazi Ritratti + Medio Corso’ in collaborazione con ZTC-Zone a Traffico Culturale.
In mostra alcune immagini di Davide Monteleone e Luca Campigotto insieme a quelle prodotte  dagli allievi del progetto ZTC.
Saranno in distribuzione ai visitatori, durante la serata inaugurale, i due volumi prodotti durante la prima e seconda masterclass.
Protagonista è l’Adda, “culla” della rivoluzione industriale lombarda: Spazi Ritratti ne indaga il patrimonio industriale in disuso, Medio Corso ne narra il paesaggio naturale e umano, affiancando alle immagini i racconti degli allievi di Wu Ming 2.


 

La parola italiana “paesaggio”, in origine, designava un genere di pittura, dove l’ambiente più o meno naturale non era più sullo sfondo, ma diventava il soggetto della rappresentazione. Il paesaggio era sulla tela, non nel mondo, e il termine era sinonimo di veduta, strettamente legato all’atto di guardare. Solo alla fine dell’Ottocento, dopo due secoli di uso artistico, si è passati ad indicare con la stessa parola anche l’aspetto di un luogo, con i suoi particolari estetici e visivi.Sembra allora che la fotografia, molto più della letteratura, sia lo strumento ideale per catturare l’essenza di un paesaggio; se si tratta di educare lo sguardo, la parola scritta può solo arrancare. Tuttavia, già da qualche tempo, nelle discipline a cavallo tra geografia e scienze umane, si è fatta strada un’altra idea di paesaggio, che non solo tiene conto dei sensi diversi dalla vista, ma mette l’accento sulla comprensione, più che sulla percezione. Il paesaggio sta al territorio, come il significato al suono delle parole. Qui la scrittura recupera terreno, vantando la propria capacità di interpretare i segni, di sviscerare i simboli. Cosa significa quel filare di pioppi? Quale storia si nasconde dietro quella pieve? Con quali formule magiche si possono evocare gli spiriti del fiume? Ecco temi che la fotografia, nella sua immediatezza, non può approfondire al pari di un saggio o di un romanzo. Dunque, pari e patta? A chi lavora con la reflex, il privilegio di ritrarre il genius loci, mentre a chi batte sui tasti di un computer, quello di raccontare la sua biografia? Non è così semplice. Anzitutto, perché quando interpretiamo uno scritto, o un quadro, noi lo facciamo sempre dall’esterno, mentre non è possibile capire un paesaggio senza abitarlo, anche soltanto per il tempo di una passeggiata. In quel libro ci siamo anche noi, lettori e personaggi nello stesso momento. In secondo luogo, perché il paesaggio non è un oggetto, un’opera conclusa, ma un organismo che cresce. Capirlo è come capire una persona. Si tratta di vivere insieme, più che di decifrare. Non c’è un codice, una stele di Rosetta da consultare per tradurre la lingua dei luoghi. Serve empatia, più che interpretazione. Camminare, più che osservare. Se invece di tanti singoli scatti, dedicassimo al paesaggio un intero time-lapse, lo vedremmo danzare, muoversi e cambiare volto di continuo. Con un’etimologia fantastica, si potrebbe dire che la parola “paesaggio” è formata con il suffisso dei nomi d’azione, ovvero quelli che indicano un processo, non un’entità. Al pari di atterraggio, montaggio e riciclaggio, anche il nostro termine sarebbe da intendersi come un atto: il divenire paese di un territorio, simile al diventare casa di un appartamento. È quando abitiamo una stanza che i suoi spazi smettono di essere soltanto metri quadri e pareti. Essi acquistano un significato che consiste nel loro utilizzo. Un significato che è facile vivere, ma molto difficile rappresentare. Come succede con l’arte della ceramica, o del pane, che s’imparano in bottega, non sui manuali. C’è la stessa differenza che passa tra uno spartito di musica e la sua esecuzione al pianoforte. Non a caso esistono tante mappe per un singolo territorio, con scale e simboli diversi, ma nessuna riproduce il paesaggio, le cui molte dimensioni non sembrano riducibili a due soltanto.Di fronte a questo nocciolo ineffabile, che si rivela solo nell’esperienza, letteratura e fotografia si ritrovano mute. La prima, allora, può cercare di raccontare le storie che plasmano ogni zolla, ogni tronco, per immaginare un futuro che non cancelli il senso del territorio. Quel che invece può fare la fotografia ce lo dimostra in queste pagine la masterclass diretta da Davide Monteleone, inseguendo lo spirito dei luoghi tra volti, abitazioni, fabbriche, attività sportive, gesti quotidiani, abbandoni e nebbia.   –  WU MING 2

 

 

 

I primissimi incontri sulla archeologia industriale, in Italia si tennero in diverse città in occasione del tour di una mostra fotografica di un certo successo, realizzata dal British Council e intitolata “Remains of a Revolution”, come l’omonimo libro pure fotografico di Brian Bracegirdle, negli anni 1977-78. Gli stessi anni nei quali sono stati pubblicati i primi libri di autori italiani sul tema, organizzati convegni e avviate ricerche. La fotografia ha dunque accompagnato la nascita di questo “movimento” fin dalle sue origini e del resto questo era anche successo in Inghilterra e negli Stati Uniti dove di industrial heritage si sapeva e parlava già da tempo. Due sono le motivazioni fondamentali di questo fenomeno: la fotografia come strumento di documentazione sul campo del monumento industriale (come avviene in tutte le altre archeologie), e la fotografia d’autore come interpretazione dei luoghi e segno di un cambiamento di gusto e di sensibilità rispetto alla immagine negativa dei “resti di una Rivoluzione”, visti e vissuti come rovine inutili quando non inquietanti e pericolose. L’estetica post industriale ha dunque fatto le sue sintesi proponendoci, tra le tante esperienze, le formidabili immagini in bianco e nero dei coniugi Becher e di Gabriele Basilico, per citare gli autori che hanno traghettato la fotografia di archeologia industriale nel mondo dell’arte contemporanea internazionale. Ma entrambi questi casi erano culturalmente e generazionalmente radicati nella società industriale del XX secolo e con quegli occhi guardavano a cosa ne è rimasto in termini di architettura e paesaggi. I lavori qui presentati sono invece il risultato dello sguardo di una generazione completamente installata nel XXI secolo, per quanto esso sia cominciato da poco e si annunci come molto lungo. Si tratta quindi di un documento significativo di quanto è mutato e di quanto invece è in continuità con le percezioni emerse al nascere della idea stessa di monumento dell’industria. È anche un documento di cosa è cambiato in questi anni in una area geografica che da subito è apparsa come emblematica dell’impatto della industria nascente sul territorio, del divenire di un paesaggio culturale di tipo nuovo rispetto alla tradizionale lettura naturalistica o storico-artistica. Tanti elementi si incrociano in questo corpus di immagini, non ultima la loro tecnica di produzione digitale pure diversa rispetto agli antesignani, che vengono a costituire una vera e propria “traccia interpretativa” del patrimonio, una risorsa preziosa di comunicazione di luoghi testimoni di una storia davvero speciale.   –  MASSIMO NEGRI

Info mostra

Inaugurazione – 22 marzo 2019, ore 19
In esposizione – dal 23 marzo al 5 aprile 2019

lunedì-giovedì 14.00 – 20.00venerdì 10 – 17
sabato e domenica chiuso