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Resurrection – Installazione di Andrea Buzzichelli

Officine Fotografiche ospita fino al 30 aprile, l’installazione ‘Resurrection’ di Andrea Buzzichelli, visitabile gratuitamente durante gli orari di apertura della nostra sede.


 

Nel marzo 2013 mi sono trovato per caso in un robivecchi di un paesino quasi dimenticato da “qualsivoglia” Dio. Nel bel mezzo di una Toscana poco conosciuta; quella violentata dal verde geotermico e lontana dalle pagine di riviste patinate.

Una terra di taglialegna e di anziani con badanti. Quei pochi che ancora ci nascono iniziano a maturare la fuga precocemente. Curiosando tra gli scaffali di un venditore in cerca di vecchie macchine fotografiche mi sono imbattuto in una decina di scatole zeppe di diapositive Kodachrome. Lo stato di conservazione era pessimo. Muffe e funghi parevano aver digerito ciò che restava di personali memorie sfuggite alla conservazione, dimenticate e finite in pasto al miglior offerente. Comunque sopravvissute in qualche modo al loro tempo. Una risposta che vada oltre il tempo e la dissoluzione di tutto quel che conosciamo non smetterà mai di affascinarmi. Ci è dato conoscere qualcosa sulla meraviglia della nascita ma poco o niente della ”fine”, a meno che non ci lasci distrarre da qualche religione. Poi a casa le ho pulite facendo attenzione a non rovinarle, ho rispolverato un mio vecchio proiettore e per qualche serata mi sono immerso tra quei ricordi ammuffiti. Rievocandone il passato ma anche liberando l’immaginazione dietro ogni singola diapositiva. La prima domanda che ti fai è perché buttarle come immondizia. Perché disfarsene. Dopo essertelo chiesto capisci che è inutile farsi domande. C’è qualcosa di inspiegabile nella forza anche estetica sprigionata da queste immagini. Come se i ricordi fossero oggetti sensibili decomposti del loro spazio e tempo. Come se queste immagini arrivassero per intuizione prima ancora di ogni pensiero. Questo loro essere trascendentali allora. Forse si tratta di questo.

“Quando Andrea mi ha inviato i files delle diapositive non sapevo cosa aspettarmi. Prima di leggere quanto mi scriveva in appendice, per evitare ogni tipo di condizionamento, ho preferito immergermi nella visione. Da solo, al buio, davanti al monitor di un pc, lasciandomi andare a quanto riuscivano ad evocare dentro di me.

Per chi era bambino o ragazzo negli anni settanta, ma per chiunque abbia vissuto quegli anni, l’impatto emozionale è pressoché immediato.
Il colore, la forma, l’atmosfera riportano alla superficie i ricordi, è inevitabile, perché tutto è familiare in quelle immagini usurate, e quasi dimentichi che non sono memorie tue, che quei volti non li hai mai visti. Ho pensato a una scatola piena di vecchie foto di famiglia, ho capito che ci voleva rispetto, delicatezza per procedere, anche se nemmeno per un istante mi ha sfiorato il pensiero di un rischio voyeuristico, tanto forte era il coinvolgimento emotivo. Più dei paesaggi che si intravedono, delle automobili, dell’abbigliamento, delle acconciature, sono i corpi, con il loro modo di porsi davanti all’obiettivo, così diverso dalle posture odierne, a rendere quasi abissale la distanza temporale, e tu non puoi che provare una ineluttabile tenerezza per come ogni tratto del presente, moderno e condiviso, sia destinato a diventare nel giro di pochi decenni un passato denso di ingenuità primitiva. E allora ti accorgi che cercare di collocare le immagini in un tempo preciso, ancor meno nel recinto di uno spazio, non basta a spiegare quello che sta accadendo dentro di te. Inizi a percepire che non si tratta di semplici ricordi, ma di opere che trascendono veramente quello che mostrano, sei costretto a confrontarti prima con il tempo, e ti commuovi, poi con la sua assurdità, e provi sgomento, ma anche sollievo. Quelle tracce di vita vissuta intendono portarti oltre, assumono via via una valenza sempre più universale, che cominci a riconoscere, ti coinvolge, ti prende lo stomaco, ma ancora ti sfugge. Poi improvvisamente ho creduto di capire. Ero testimone di un’epoca, di una società, di una civiltà estinta, quasi mi trovassi in un’era post atomica e quelle fossero le tracce del vecchio mondo, disgregato e polverizzato, terreno di ricerca per una nuova archeologia. Le diapositive più corrose, quelle tutte colore, sono le più significative in questo senso, chiari segni di come tutto sia destinato al disfacimento e alla trasformazione, in un ciclico ritorno a forme ancestrali, in un amalgama fluido e modellante, tra una vita e l’altra, una civiltà e l’altra. Noi, viaggiatori e osservatori pensanti, caduta l’illusione di esserne testimoni, avvertiamo tutta, perturbante e liberatoria, la responsabilità di esserne parte integrante.”

Alessandro Lotti