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Mostra Fotografica - Giovedì 17 ottobre, ore 19 - Officine Fotografiche Milano

LIFE FRAMER PHOTOGRAPHY PRIZE V EDITION

Dopo New York e Londra, arriva per in Italia, a Officine Fotografiche Milano, la mostra di LIFE FRAMER, il premio dedicato ai fotografi professionisti, emergenti e dilettanti.

Nato nel cuore di Londra nel 2014, la mostra itinerante segna il culmine della V edizione del premio. Ad ogni edizione vengono lanciate 12 call mensili, ognuna con un suo tema – volutamente astratto per incoraggiare la creatività dei fotografi – e un supervisore, fotografo o professionista del settore.

La giuria d’eccezione di 12 membri comprende non solo fotografi di fama internazionale, ma anche curatori, direttori di agenzie ed editori tra i quali: Steve McCurry, Martin Parr, Emma Lewis e Stefano de Luigi.

Ogni mese i fotografi vincitori ricevono un feedback sul proprio lavoro, diffusione on line e un premio di 2000 dollari. Inoltre, alla fine di ogni edizione, i vincitori delle varie call hanno l’occasione di esporre i propri lavori in quattro mostre in quattro location d’eccezione: ClampArt Gallery a New York, Reminders Photography Stronghold Gallery a Tokyo, Officine Fotografiche a Milano e presso l’Arles Photo Festival con una selezione speciale degli editori di Life Framer.

La mostra di Life Framer approderà a Milano il 17 ottobre negli spazi di Officine Fotografiche, dove saranno esposti i 24 vincitori dei 12 temi di quest’edizione.

Ma Life Framer non è solo una competizione, Life Framer è anche una community indipendente che promuove e supporta le culture creative on e off line. Gli editori celebrano le loro serie preferite che giungono dai membri della community, pubblicando interviste e raccontando i dietro le quinte degli scatti presentati. Ognuno può contribuire alla crescita di questo network creativo condividendo i proprio lavori nella sezione “my LF” della piattaforma on line.

 

Info mostra

Inaugurazione: giovedì 17 ottobre 2019, ore 19

In esposizione dal 18 ottobre al 15 novembre 2019

Orario di visita:

dal lunedì al giovedì: 14-20

venerdì: 10-17

sabato e domenica chiuso

Ingresso gratuito

 

FB Simone Sapienza OF 2019
Mostra Fotografica - giovedì 19 settembre 2019 - ore 19 - Officine Fotografiche Milano

Charlie surfs on Lotus Flowers

Simone Sapienza
In collaborazione con Mininum e Spazio Labo'

Circa quarant’anni dopo la vittoria dei Vietcong contro gli Stati Uniti d’America, il Vietnam ha radicalmente cambiato ambizioni e progetti. Infatti, supportato da una popolazione giovanissima e piena di energia, il Vietnam è destinato a diventare la prossima Tigre Asiatica a farsi strada. Del resto quasi il 95% della popolazione è a favore di una economia a mercato libero di tipo capitalista, mentre secondo gli esperti il Vietnam è considerato uno dei paesi con l’economia più in crescita in scala mondiale fino al 2050. 

Tuttavia, nonostante una libertà sempre più ampia in ambito economico ed un crescente ottimismo nella nuova generazione, il potere politico è ancora in mano al governo Comunista. Guidato da un solo partito esistente, il Partito Comunista ancora esercita un potere assoluto in Vietnam, a dispetto dell’illusoria libertà economica. “Charlie surfs on Lotus Flowers” è sin dal suo stesso titolo una rappresentazione metaforica delle società dello spettacolo in Vietnam dove, nonostante l’ordine e il controllo gravato dal potere Comunista, la nuova generazione vuole cavalcare l’onda del nuovo sviluppo economico. 

Info mostra

Inaugurazione giovedì 19 settembre 2019  ore 19

In esposizione dal 20 settembre all’11 ottobre 2019

Orario di visita:

dal lunedì al giovedì: 14 – 20
venerdì: 10 – 17
sabato e domenica chiuso

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Mostra fotografica - giovedì 11 aprile 2019 - ore 19 - Officine Fotografiche Milano

CONFITEOR (Io Confesso)

Tomaso Clavarino
a cura di Teodora Malavenda
In collaborazione con Zine Tonic

A partire dal 2004 più di 3.500 casi di abusi su minori commessi da preti e membri della Chiesa sono stati riportati al Vaticano. Nel 2014 un report delle Nazioni Unite ha accusato il Vaticano di adottare sistematicamente azioni che hanno permesso a preti e membri della Chiesa di abusare e molestare migliaia di bambini in tutto il mondo.
Centinaia di casi sono stati registrati, e continuano ad essere registrati, in Italia, dove l’influenza del Vaticano è più forte che altrove, e pervade vari livelli della società.

Spesso gli abusi cadono nel silenzio, i casi vengono nascosti, le vittime hanno paura di far sentire la loro voce. Hanno paura della reazione delle persone, dei loro cari, dei loro amici, delle comunità nelle quali vivono. Le vittime sono barricate in un silenzio agonizzante, non vogliono far sapere nulla delle violenze subite.
Costrette a vivere con un peso che si porteranno dietro tutta la vita, incapaci di dimenticare il passato.
Le ferite sono profonde, le memorie pesanti, i silenzi assordanti.
“Confiteor (Io Confesso)” è un viaggio di due anni in queste memorie, in queste ferite, in questi silenzi.

 

 

Nato nel 1986 a Torino, Tomaso Clavarino è un fotografo documentarista.
I suoi lavori sono stati pubblicati su numerose riviste, quotidiani e media, tra i quali Newsweek, The New York Times, Washington Post, The Atlantic, Der Spiegel, Al Jazeera, Vice, HUCK, Vanity Fair, The Guardian, D-La Repubblica, Internazionale, etc…
Parallelamente sviluppa progetti più personali e a lungo termine che sono stati esposti e proiettati in alcuni dei più importanti festival di fotografia: Athens Photo Festival, Fotografia Europea, Format 19, Les Rencontres d’Arles, Photo Kathmandu, Obscura Festival, Fotografia Etica, Encontros da Imagem, etc…
Il suo sito web è www.tomasoclavarino.com

Info mostra

Inaugurazione – 11 aprile 2019, ore 19
In esposizione – dall’ 11 aprile al 10 maggio 2019

lunedì-giovedì 14.00 – 20.00
venerdì 10 – 17
sabato e domenica chiuso

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Mostra fotografica - venerdì 22 marzo - ore 19 - Officine Fotografiche Milano

SPAZI RITRATTI + MEDIO CORSO

Masterclass e volumi fotografici a cura di Luca Campigotto e Davide Monteleone
In collaborazione con ZTC

A partire dal 22 marzo, Officine fotografiche ospita la mostra collettiva ‘Spazi Ritratti + Medio Corso’ in collaborazione con ZTC-Zone a Traffico Culturale.
In mostra alcune immagini di Davide Monteleone e Luca Campigotto insieme a quelle prodotte  dagli allievi del progetto ZTC.
Saranno in distribuzione ai visitatori, durante la serata inaugurale, i due volumi prodotti durante la prima e seconda masterclass.
Protagonista è l’Adda, “culla” della rivoluzione industriale lombarda: Spazi Ritratti ne indaga il patrimonio industriale in disuso, Medio Corso ne narra il paesaggio naturale e umano, affiancando alle immagini i racconti degli allievi di Wu Ming 2.


 

La parola italiana “paesaggio”, in origine, designava un genere di pittura, dove l’ambiente più o meno naturale non era più sullo sfondo, ma diventava il soggetto della rappresentazione. Il paesaggio era sulla tela, non nel mondo, e il termine era sinonimo di veduta, strettamente legato all’atto di guardare. Solo alla fine dell’Ottocento, dopo due secoli di uso artistico, si è passati ad indicare con la stessa parola anche l’aspetto di un luogo, con i suoi particolari estetici e visivi.Sembra allora che la fotografia, molto più della letteratura, sia lo strumento ideale per catturare l’essenza di un paesaggio; se si tratta di educare lo sguardo, la parola scritta può solo arrancare. Tuttavia, già da qualche tempo, nelle discipline a cavallo tra geografia e scienze umane, si è fatta strada un’altra idea di paesaggio, che non solo tiene conto dei sensi diversi dalla vista, ma mette l’accento sulla comprensione, più che sulla percezione. Il paesaggio sta al territorio, come il significato al suono delle parole. Qui la scrittura recupera terreno, vantando la propria capacità di interpretare i segni, di sviscerare i simboli. Cosa significa quel filare di pioppi? Quale storia si nasconde dietro quella pieve? Con quali formule magiche si possono evocare gli spiriti del fiume? Ecco temi che la fotografia, nella sua immediatezza, non può approfondire al pari di un saggio o di un romanzo. Dunque, pari e patta? A chi lavora con la reflex, il privilegio di ritrarre il genius loci, mentre a chi batte sui tasti di un computer, quello di raccontare la sua biografia? Non è così semplice. Anzitutto, perché quando interpretiamo uno scritto, o un quadro, noi lo facciamo sempre dall’esterno, mentre non è possibile capire un paesaggio senza abitarlo, anche soltanto per il tempo di una passeggiata. In quel libro ci siamo anche noi, lettori e personaggi nello stesso momento. In secondo luogo, perché il paesaggio non è un oggetto, un’opera conclusa, ma un organismo che cresce. Capirlo è come capire una persona. Si tratta di vivere insieme, più che di decifrare. Non c’è un codice, una stele di Rosetta da consultare per tradurre la lingua dei luoghi. Serve empatia, più che interpretazione. Camminare, più che osservare. Se invece di tanti singoli scatti, dedicassimo al paesaggio un intero time-lapse, lo vedremmo danzare, muoversi e cambiare volto di continuo. Con un’etimologia fantastica, si potrebbe dire che la parola “paesaggio” è formata con il suffisso dei nomi d’azione, ovvero quelli che indicano un processo, non un’entità. Al pari di atterraggio, montaggio e riciclaggio, anche il nostro termine sarebbe da intendersi come un atto: il divenire paese di un territorio, simile al diventare casa di un appartamento. È quando abitiamo una stanza che i suoi spazi smettono di essere soltanto metri quadri e pareti. Essi acquistano un significato che consiste nel loro utilizzo. Un significato che è facile vivere, ma molto difficile rappresentare. Come succede con l’arte della ceramica, o del pane, che s’imparano in bottega, non sui manuali. C’è la stessa differenza che passa tra uno spartito di musica e la sua esecuzione al pianoforte. Non a caso esistono tante mappe per un singolo territorio, con scale e simboli diversi, ma nessuna riproduce il paesaggio, le cui molte dimensioni non sembrano riducibili a due soltanto.Di fronte a questo nocciolo ineffabile, che si rivela solo nell’esperienza, letteratura e fotografia si ritrovano mute. La prima, allora, può cercare di raccontare le storie che plasmano ogni zolla, ogni tronco, per immaginare un futuro che non cancelli il senso del territorio. Quel che invece può fare la fotografia ce lo dimostra in queste pagine la masterclass diretta da Davide Monteleone, inseguendo lo spirito dei luoghi tra volti, abitazioni, fabbriche, attività sportive, gesti quotidiani, abbandoni e nebbia.   –  WU MING 2

 

 

 

I primissimi incontri sulla archeologia industriale, in Italia si tennero in diverse città in occasione del tour di una mostra fotografica di un certo successo, realizzata dal British Council e intitolata “Remains of a Revolution”, come l’omonimo libro pure fotografico di Brian Bracegirdle, negli anni 1977-78. Gli stessi anni nei quali sono stati pubblicati i primi libri di autori italiani sul tema, organizzati convegni e avviate ricerche. La fotografia ha dunque accompagnato la nascita di questo “movimento” fin dalle sue origini e del resto questo era anche successo in Inghilterra e negli Stati Uniti dove di industrial heritage si sapeva e parlava già da tempo. Due sono le motivazioni fondamentali di questo fenomeno: la fotografia come strumento di documentazione sul campo del monumento industriale (come avviene in tutte le altre archeologie), e la fotografia d’autore come interpretazione dei luoghi e segno di un cambiamento di gusto e di sensibilità rispetto alla immagine negativa dei “resti di una Rivoluzione”, visti e vissuti come rovine inutili quando non inquietanti e pericolose. L’estetica post industriale ha dunque fatto le sue sintesi proponendoci, tra le tante esperienze, le formidabili immagini in bianco e nero dei coniugi Becher e di Gabriele Basilico, per citare gli autori che hanno traghettato la fotografia di archeologia industriale nel mondo dell’arte contemporanea internazionale. Ma entrambi questi casi erano culturalmente e generazionalmente radicati nella società industriale del XX secolo e con quegli occhi guardavano a cosa ne è rimasto in termini di architettura e paesaggi. I lavori qui presentati sono invece il risultato dello sguardo di una generazione completamente installata nel XXI secolo, per quanto esso sia cominciato da poco e si annunci come molto lungo. Si tratta quindi di un documento significativo di quanto è mutato e di quanto invece è in continuità con le percezioni emerse al nascere della idea stessa di monumento dell’industria. È anche un documento di cosa è cambiato in questi anni in una area geografica che da subito è apparsa come emblematica dell’impatto della industria nascente sul territorio, del divenire di un paesaggio culturale di tipo nuovo rispetto alla tradizionale lettura naturalistica o storico-artistica. Tanti elementi si incrociano in questo corpus di immagini, non ultima la loro tecnica di produzione digitale pure diversa rispetto agli antesignani, che vengono a costituire una vera e propria “traccia interpretativa” del patrimonio, una risorsa preziosa di comunicazione di luoghi testimoni di una storia davvero speciale.   –  MASSIMO NEGRI

Info mostra

Inaugurazione – 22 marzo 2019, ore 19
In esposizione – dal 23 marzo al 5 aprile 2019

lunedì-giovedì 14.00 – 20.00venerdì 10 – 17
sabato e domenica chiuso

 

Behind_teh_glass_01©maraviglia
Mostra fotografica - giovedì 14 febbraio - ore 19 - Officine Fotografiche Milano

Behind the glass

Gianmarco Maraviglia
con la collaborazione e il supporto dell’Acquario di Genova.

Giovedì 14 febbraio a Officine Fotografiche inaugureremo la mostra fotografica ‘Behind the glass’, un progetto fotografico di Gianmarco Maraviglia.

“Behind the Glass” è un lungo progetto di documentazione e di ricerca che esplora gli ambienti ricostruiti dall’uomo per gli animali nelle più grandi strutture europee.
Un’indagine visiva e visionaria, a volte distopica e futuristica, sul rapporto di fruizione degli spazi creati ad immagine della realtà, attraverso lo studio attento della natura o dell’immaginario comune della realtà, per esseri viventi nati in ambiente controllato.

“Behind the Glass” esplora il confine sottile tra verità e ricostruzione, dal punto di vista di chi potrà capirne la differenza, come in una metafora del reale e del contemporaneo, in cui la costruzione del verosimile diventa realtà de facto.

Le immagini in mostra a Milano si riferiscono all’Acquario di Genova, il più grande d’Europa e una delle principali attrazioni turistiche.
Gianmarco Maraviglia durante il suo lavoro, ha avuto eccezionalmente accesso a tutte le aree chiuse al pubblico per documentare la macchina operativa che permette il funzionamento della struttura.

 

 

Gianmarco Maraviglia è un fotogiornalista che da anni racconta il mondo per alcune delle più importanti testate internazionali.
Il suo lavoro si concentra sulla ricerca di storie che riescano a raccontare aspetti della contemporaneità da punti di vista inesplorati e poco conosciuti. Nei suoi lavori preferisce esplorare le conseguenze e gli effetti degli eventi, per poter lavorare libero da vincoli e tempi della “news” editoriale. Negli ultimi anni ha viaggiato tra Asia, Caucaso, Africa, Medio Oriente e il grande nord, sempre alla ricerca di storie che potessero dare ai suoi lettori degli strumenti alternativi per capire meglio il nostro pianeta.
Le sue storie sono state pubblicate da Der Spiegel, CNN, Washington Post, National Geographic, Vanity Fair e tantissimi altri.

Info mostra

Inaugurazione – 14 febbraio 2019, ore 19
In esposizione – dal 14 febbraio al 14 marzo 2019

lunedì-giovedì 14.00 – 20.00venerdì 10 – 17
sabato e domenica chiuso

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mostra fotografica - giovedì 17 gennaio 2019 - Officine Fotografiche Milano

The restoration will

di Mayumi Suzuki
a cura di Laura De Marco
Spazio Labò Photography

E se un giorno tutto quello che nella nostra vita abbiamo sempre dato per scontato, e garantito, non ci fosse più?
Una mattina apparentemente come le altre ti svegli, ti prepari per la giornata, esci di casa e non sai che quando tornerai sarai una persona diversa. Ineluttabilmente cambiata nel corso di poche ore, anzi, in fin dei conti di pochi minuti. La diversità data dal fatto che adesso, al rientro, al puzzle che compone la tua vita sono stati sottratti dei pezzi che non si possono più recuperare.

Il libro di Mayumi Suzuki, The Restoration Will (ceiba editions, 2017), inizia instillando nel suo lettore un certo senso di familiarità e sicurezza: lo fa attraverso una serie di fotografie di famiglia, istantanee che ritraggono insieme, sedute attorno a una tavola imbandita o sorridenti per strada, persone di diverse generazioni. Scatti in cui è riconoscibile il legame con un luogo caro, come la fotografia in cui una bambina dà le spalle all’occhio della macchina fotografica perché il suo sguardo è rivolto all’orizzonte, verso il porto della cittadina in cui con ogni probabilità vive: al di là di un verde promontorio si affaccia la vista del mare, un paesaggio rasserenante.
Ma all’improvviso qualcosa cambia, voltando pagina il colore delle immagini da album di famiglia lascia il posto a un cupo bianco e nero e l’azzurro del mare svanisce per diventare una grigia nebbia.
Le prime parole del libro ci introducono a quell’istante che ha cambiato tutto:
«mi ero preoccupata per il terremoto di magnitudo 5.9 che aveva colpito Miyagi e nel pomeriggio ho chiamato i miei genitori».
Squilla un telefono a quattrocento chilometri di distanza ma nessuno risponde. In poco tempo, la magnitudo di quel sisma sarebbe salita a nove, rendendolo il più potente mai misurato in Giappone. L’11 marzo 2011 un enorme cambiamento ha investito la vita di migliaia di giapponesi e tra di essi anche quella dell’artista Mayumi Suzuki. La sua città natale, Onagawa, viene devastata dal terribile tsunami che si genera in seguito al violento terremoto. Lei si trova lontana, a Tokyo dove vive la sua vita da adulta, e riesce a raggiungere i luoghi del disastro soltanto diversi giorni dopo.
Nel frattempo, nessuna traccia dei genitori.
La casa natale, la famiglia, quell’intricato reticolo di oggetti che rendono tangibile l’esistenza dei nostri ricordi e frenano il loro sbiadirsi nella corsa del tempo, non esistono più.
C’è un solo ritrovamento in questa vicenda di lutto e tragedia: la macchina fotografica del padre di Mayumi, fotografo professionista che portava avanti lo studio casalingo avviato dal nonno dell’autrice decenni prima. Miracolosamente ancora funzionante, l’apparecchio ottico diventa il tramite tra Mayumi e l’universo familiare appena perso.
Le prime fotografie realizzate con l’obiettivo da cui non si riesce più a togliere il sale del mare risultano scure e sfocate ed evocano il ricordo dei dispersi. Sono quelle immagini in bianco e nero che costituiscono la parte portante di The Restoration Will, il legame mentale con ciò che si è perso. In qualche modo Mayumi sente di poter trovare una connessione tra il presente e ciò che è divenuto troppo in fretta passato, tra i sopravvissuti e i defunti, tra sé e gli ultimi pensieri dei suoi genitori.

Inizia così un lungo periodo di fotografie tra i resti e le macerie, dove un approccio più documentario si unisce ad uno più evocativo: mentre la macchina fotografica del padre viene usata per creare immagini con cui “far parlare” chi non lo può più fare, si cerca disperatamente di rimettere insieme le fotografie di famiglia, quasi completamente sbiadite e gravemente compromesse dall’acqua. Le cicatrici su quelle immagini non più tanto familiari richiamano direttamente i danni visibili ovunque nelle vie della città di Onagawa e sembrano simili ai ricordi labili che piano piano iniziano a svanire dalla mente di chi è sopravvissuto.

Pagina dopo pagina, si inizia a creare un intreccio tra i paesaggi extra terreni delle fotografie in bianconero e le nuove geografie formatesi sulle immagini di famiglia recuperate dall’oblio della perdita.

The Restoration Will diventa così un tentativo di preservare la storia della famiglia e i ricordi personali dell’autrice: la ricostruzione di una narrazione e una memoria familiari. Con questo progetto, Mayumi Suzuki vuole recuperare il ricordo di chi è sparito all’improvviso a seguito di un disastro dalle proporzioni incalcolabili, vuole ridare vita a voci e volti scomparsi in maniera inspiegabile. Partendo dalla necessità di confrontarsi con la perdita personale, Mayumi riesce però a realizzare un lavoro che parla a un pubblico più ampio, universale.

Ricostruendo una nuova cartografia sentimentale che mescola luoghi, persone, sensazioni e persino suoni – quello del mare è costante lungo tutto il libro – The Restoration Will non è solo un lavoro realizzato per condividere la memoria di un evento traumatico, è qualcosa di più.
Con un approccio delicato, quasi sussurrato, come una melodia in cui non ci sono crescendi rimarcati e l’ascoltatore viene portato in punta di piedi dall’inizio alla fine, il libro diventa un modo per riflettere su quelle operazioni di “restauro mentale” messe in atto da chiunque abbia avuto esperienza di avvenimenti dolorosi nel corso della propria vita.

C’è un rimedio alla perdita?
E’ possibile assecondare il bisogno di ricostruire quanto è stato distrutto?
Il lavoro di Mayumi Suzuki non ci dà una risposta certa, ma ci fornisce sicuramente una chiave di lettura possibile, se non una speranza.
Un lavoro sulla morte che si trasforma in un inno alla vita, a chi è rimasto, trasformando la sua presenza fisica in altro. Perché seguendo la luce di una stella, o un bagliore tra le onde del mare di notte, si può sempre trovare la strada verso casa, ovunque essa sia.

Laura De Marco

Info mostra

La mostra è in collaborazione con Spazio Labò Photography

Ingresso Libero
Dal 18 gennaio all’8 febbraio 2019

Inaugurazione
giovedì 17 gennaio  2019 – ore 19

Apertura
lun-giov 14 – 20
ven 10 – 16